Letteratura americana

L’incubo di Hill House

the-haunting-1963

“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. hill house, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di hill house, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.”

Shirley Jackson, scrittrice  e giornalista statunitense del secolo scorso, da qualche anno sta vivendo una nuova popolarità. La sua produzione letteraria si concentra prevalentemente in racconti brevi, per i quali ottenne  diversi riconoscimenti tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta. I suoi romanzi di maggior successo, “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (1962) e “L’incubo di Hill House (1959), la consacrarono alla fama definitiva in patria. Rimase però sempre una scrittrice d’èlite, riservata ad un pubblico raffinato, fino a quando nel 2007 viene istituito a suo nome un prestigioso premio letterario che diffonde la sua fama a macchia d’olio. Il “Shirley Jackson Award” è il  premio annuale per la letteratura horror, dark e di suspense psicologico che negli Stati Uniti è diventata negli anni una vera e propria istituzione. Ma è il contributo di Stephen King, suo profondo estimatore, ad essere decisivo per l’incremento della  popolarità della scrittrice.  Quello che negli anni sessanta rimase un fenomeno di nicchia, riservato ai connazionali appassionati del genere gotico/psicologico, grazie alle dichiarazioni di King travalica l’oceano accendendo la curiosità dei suoi innumervoli lettori. L’autorevolezza di uno scrittore di culto come Stephen King segna inevitabilmente un punto di svolta nella fama postuma della Jackson:  in Italia la casa editrice Adelphi comincia nel 2012 a dare alle stampe le sue opere più celebri, le quali ottengono rapidamente  un ampio consenso. Stephen King  ha dichiarato di essere stato ispirato dai racconti della Jackson in più di un’occasione,   affermazione che trova facile riscontro in molti dei suoi romanzi più famosi. Mi viene in mente, uno su tutti, “Shining” : claustrofobico ed angosciante, ha molti tratti in comune con “L’incubo di Hill House”. Prima di parlare del romanzo è bene conoscere almeno sommariamente la vita dell’autrice, perché le sue vicende personali influenzarono enormemente i suoi scritti. Shirley Jackson fu tragicamente segnata da traumi infantili importanti, che la resero psicologicamente fragile ed inquieta. Finì tra le braccia di un marito sbagliato, al quale si aggrappò in cerca pace e protezione, ottenendo invece in cambio solo altre umiliazioni. La supportò nel suo lavoro di giornalista e scrittrice perché aveva fiducia nelle sue capacità, ma l’infedeltà continua di lui insieme agli irrisolti problemi con la madre la portarono ad abusare di tranquillanti, anfetamine ed  alcol. Un percorso difficile, lastricato di paure e fobie che sfociarono infine in un brutto esaurimento nervoso, dal quale si riprese lentamente. Non fece però in tempo a godersi la ritrovata libertà mentale, perché un infarto la colse nella notte a soli 48 anni. Shirley Jackson fu una donna molto sfortunata, vittima di abusi piscologici che costituirono l’imprinting di tutte le sue opere: il rifiuto della madre, il maschilismo retrogado del marito, un ruolo di moglie e di madre dal quale si sentiva schiacciata crearono dentro di lei una prigione mentale ed una condizione di sudditanza psicologica che non le permise mai di sentirsi realizzata ed appagata,  nemmeno dal proprio lavoro.

La protagonista di questo romanzo è Eleanor Vance, una ragazza  con alle spalle un passato infelice, permeato di solitudine e dolore. Per anni costretta ad accudire la madre malata, una volta morta la genitrice decide di dare una svolta alla sua esistenza rispondendo all’annuncio del professor John Montague. Il professore, laureato in antropologia e appassionato studioso di fenomeni paranormali, decide di prendere in affitto l’antica ed isolata dimora di Hill House perché infestata da strane presenze. Il suo progetto di ricerca prevede l’ausilio di alcuni volontari dotati di particolari abilità psichiche, ma il gruppo iniziale composto da  cinque prescelti si riduce a tre: Luke Sanderson, nipote dell’attuale proprietaria della villa, l’artista Theodora ed infine Eleonor, entrambe con  esperienze paranormali alle spalle. Eleonor infatti è convinta di aver sentito sua madre chiarmarla durante la notte, invocando il suo aiuto, quando oramai era morta da giorni. Theodora è esuberante ed eccentrica, mentre Eleanor è timida ed insicura ed ancora profondamente turbata dalla morte della madre, della quale si sente in qualche modo responsabile. Comincia così questa storia, una storia di fantasmi ricca di elementi gotici che è considerata giustamente un caposaldo della letteratura di genere. I primi giorni scorrono senza che accada nulla, ma proprio quando l’esperimento ristagna e la permanenza degli ospiti a Hill House sembra essere nulla più che un banale soggiorno in una vecchia dimora di campagna, qualcosa comincia a strisciare all’interno, ad insinuarsi  nei meandri delle antiche mura, qualcosa di vivo e malvagio che lentamente, ora dopo ora, comincia ad intaccare la stabilità mentale degli occupanti. La Jackson è avara di dettagli orrorifici e punta tutto sull’immaginazione, stimolando la paura attraverso ciò che – appositamente – non viene rivelato. E’ la suggestione a dominare il racconto, un’ inquietudine che viene continuamente alimentata da avvenimenti  scientificamente inspiegabili, quanto meno non del tutto. Attraverso un’abile  prosa ad effetto,  l’autrice fa oscillare pagina dopo pagina i suoi protagonisti tra normale e paranormale, tra l’elemento razionale e quello sovrannaturale confondendo, stordendo, disorientando. Anche le dinamiche all’interno del gruppo si modificano in continuazione, fino a quando convergeranno in un’unica direzione: l’allontanamento forzato di Eleanor, giudicata da tutti oramai troppo instabile mentalmente per proseguire con l’esperimento. E’ Eleonor infatti la vittima prescelta dalle sinistre presenze che abitano la casa, una dimora antica come antichi sono i demoni che la popolano. Non già creature spaventose con le sembianze dei mostri dell’infanzia, ma un’entità maligna  che riesce ad insinuarsi nelle menti più labili, fino a possederle del tutto. E’ la casa stessa a volere Eleonor, la povera, indifesa, triste e sola Eleonor che lentamente impazzisce, perdendo la percezione di sè stessa e sentendo Hill House come se fosse il suo corpo:  “E’ dentro di me, è nella mia testa, ed ora esce, esce, esce…” 

Cosa differenzia questo romanzo così datato da tutti gli altri capolavori di genere? Prima di tutto il background psicologico della scrittrice  fornisce la base ideale per un’opera gotica: gli stereotipi ci sono tutti, e nonostante attingano a piene mano dal suo vissuto la Jackson riesce a  giocarci con grande abililtà. L’eroina infelice, psicologicamente fragile e disturbata non è altro che la proiezione di sè stessa. Secondariamente, ma non per importanza, la Jackson utilizza una prosa pressochè perfetta. Si potrebbe trovare  da ridire sulla trama scarna o sul ritmo poco incalzante, ma è proprio nell’apparente staticità degli accadimenti che Hill House – in realtà – si muove. Le scene di stasi e di descrizione del paesaggio risultano essere perfino più angoscianti di quelle in cui si manifesta il paranormale, grazie ad una tecnica narrativa da dieci e lode che riesce a creare eccezionali suggestioni. Si ha sempre la sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere, strisciando intorno ad Eleonor, fuori e dentro di lei, anche quando semplicemente osserva il tramonto o cammina lungo il sentiero che conduce alla casa.

Nonostante sia universalmente riconosiuto come un capolavoro, questo romanzo ancora oggi non è immune da pesanti critiche e c’è perfino chi , appassionato di horror spiccio, lo trova noiso ed inconcludente, prolisso e al tempo stesso pieno di buchi nella trama. Probabilmente non siamo abituati a trovare tanta profondità in una storia di fantasmi e di paura, e la cosa forse può   essere fuorviante. “L‘incubo di Hill House” è prima di tutto una storia di solitudine estrema,  straziante e crudele, raccontata con una raffinatezza ed una eleganza inusuale. Il terrore, la paura e l’angoscia arrivano quando la sofferenza ed i conflitti interiori hanno già spezzato in due la vita dei protagonisti, prendendosi quel che resta. Il messaggio di fondo è uno solo, una verità incontrovertibile: sono i nostri fantasmi interiori quelli che fanno più paura, assai più spaventosi e crudeli di quelli che popolano le case infestate.

La paura – disse il professore – è la rinuncia alla logica, l’abbandono volontario di ogni schema razionale. O ci arrendiamo alla paura o la combattiamo.

736ef012b6c4d43e942b8bcd61238b93_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

 

 

Annunci
Letteratura americana

Furore (The Higway is alive tonight)

Castelli tra le nuvole

novel-cover_-1-1-660x330

“Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell’Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d’erbacce e d’ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. “
Così comincia Furore, il libro simbolo della Depressione Americana che valse a Steinbeck (in assoluto uno dei miei scrittori preferiti) il Premio Pulitzer nel 1940, cui seguì il Nobel per la Letteratura nel 1962. Alla sua pubblicazione il romanzo fu aspramente criticato in patria, perché lo scrittore sembrava troppo di…

View original post 1.032 altre parole

Letteratura russa

Strade di notte

1934-brassai-foggy-paris_l

“Se avevo detto addio alla fabbrica non era per il troppo lavoro: ero sanissimo e non sapevo, o quasi, cosa fosse la stanchezza. Però non sopportavo di starmene rinchiuso in reparto, mi sentivo in gabbia e mi chiedevo come facessero gli altri a passare la vita, decine di anni, in quelle condizioni”.

Per chi già ha conosciuto ed amato Gajito Gazdanov in “Incontrarsi a Parigi”, in questo romanzo troverà la riconferma del suo grande talento letterario, che oggi grazie all’opera della casa editrice Fazi sta tornando alla luce. Gazdanov ha una vicenda molto particolare alle spalle, che vale la pena ricordare anche per comprendere meglio l’anima  delle sue opere. Nacque a San Pietroburgo agli albori del 1900, e dopo aver trascorso la giovinezza in Siberia ed Ucraina prende parte alla guerra civile russa arruolandosi nelle file dell’armata bianca. Nel 1920, in seguito alla sconfitta dei controrivoluzionari, fu costretto all’esilio e si rifugiò a Parigi. Qui Gaznadov conduce un’esistenza precaria, svolgendo innumerevoli lavori che non gli permisero mai di coltivare a tempo pieno il suo talento letterario. Tra le varie mansioni che svolse in gioventù  vi fu anche quella di tassista notturno, e sarà  proprio questa l’esperienza da cui  trarrà ispirazione per comporre “Strade di notte”. Le strade che ripercorre scrivendo sono quelle che una notte dopo l’altra l’hanno portato ad attraversare  il cuore nero di Parigi, quello popolato da miserabili e reietti, prostitute ed alcolizzati cronici capaci di sperperare tutto il guadagno di un mese  in un solo night club. La città vista attraverso i suoi occhi è nuda e scarna, è una giostra che ha finito la sua corsa e che non ha nulla del fascino de La Ville Lumière. E’ un altro sguardo quello che  ci offre Gaznadov, forse più sincero, sicuramente del tutto impermeabile alle suggestioni che Parigi offre ai suoi avventori. E’ uno sguardo distaccato, intriso di una invincibile nostalgia per la sua amata Russia che lo accompagna costantemente, fino a quando giunge l’ora di caricare anche l’ultimo vagabondo di Les Halles. Prima di prendere la licenza come tassista Gaznadov lavorò nella fabbrica della Renault per qualche tempo, ma dopo poco si licenziò perchè non riusciva a sopportare  quell’esistenza da topo in gabbia, fatta di giornate sempre uguali, scandite dal suono della sirena ed inframmezzata da qualche sigaretta fumata insieme ai colleghi. Non riusciva a comprendere come facessero gli altri  operai a trascorrere una vita intera in quelle condizioni di staticità e di monotonia  che tanto facevano a cazzotti con la sua natura curiosa e ricca di sfumature. Il lavoro di tassista notturno gli permetteva se non altro di entrare in contatto con altri esseri umani, uomini e donne sull’orlo del baratro che però muovono qualcosa dentro di lui. Sono, in fondo, i molti  riflessi di sè stesso, la compagnia perfetta per la sua solitudine, una  consolazione alla sua tristezza di esule.  Gaznadov riconosce nelle loro storie in bilico una disperazione che li è familiare,  in grado di donargli un conforto di cui ha assoluto bisogno. Non è necessario ascoltare le loro storie per conoscere le loro vite, non sempre: all’autore basta soffermarsi ad osservare i loro visi erosi dal tempo, inespressivi, rassegnati a non avere più prospettive, capaci solo di vivere il momento con un’intensità spaventosa, al tempo stesso tragica ed affascinante.

Qualcuno inevitabilmente attira più di altri la curiosità dell’autore, spingendolo a cercare la loro compagnia anche quando la corsa finisce: è così per la Raldi, una prostituta ormai sul viale del tramonto che ai tempi de La Belle Epoque era la più desiderata di Parigi, corteggiata da uomini ricchi e potenti, a cui ora non resta che qualche misero orpello a ricordarle i fasti di una vita passata.  E poi c’è Platone, un alcolizzato che Gaznadov incontra praticamente tutte le notti, alcune volte per caso, altre per scelta: è un uomo colto, che ama parlare di filosofia e che non ha nessuna speranza di redimersi. Forse, nemmeno la cerca. Una donna ed un uomo allo sbando, loro come  tanti altri che Gaznadov osserva dallo specchietto retrovisore, o sul ciglio della strada mentre aspettano di essere trascinati ancora un po’ lungo le strade buie dei quartieri suburbani. Ogni notte queste creature incosapevolmente umane cercano la forza per andare avanti dissolvendosi tra bettole fumose e squallidi caffè, prima che il giorno li respinga ancora una volta nei bassifondi, inchiodati all’angolo dallo sguardo impietoso della gente perbene. Il senso di questo romanzo è tutto qui: offrire a noi lettori una prospettiva diversa, aiutarci a comprendere come la vita sia spesso attraversata da un gomitolo di strade malamente illuminate, come quelle che percorre lui ogni notte, così diverse dai lussureggianti boulevard del centro, ma non per questo meno degne di essere percorse. Ognuno dei suoi avventori ha una storia alla spalle che merita di essere raccontata ed ascoltata, da cui trarre profondi insegnamenti a dispetto delle apparenze: quello che Gaznadov impara, e noi lettori  con lui, non è altro che la vita stessa, con i suoi percorsi tortuosi, i suoi successi e le sue rovinose cadute, spesso annunciate ed inevitabili, alle quali assistiamo impotenti.

” Ricordo in eterno il viso di una donna che ho incrociato una volta soltanto, tengo a mente per anni emozioni e pensieri di una singola giornata. L’unica cosa che dimentico con facilità sono le formule matematiche, le trame e i contenuti dei libri e manuali letti nel tempo. Le persone, invece, le ricordo tutte quante, anche se la stragrande maggioranza di loro non ha avuto alcun ruolo nella mia esistenza “

strade-notte


 

 

 

Letteratura americana

Beate noi

Castelli tra le nuvole

sta
Questo libro è stato una folgorazione. A cominciare da un incipit straordinario che regala immediatamente al lettore  un’immagine forte,  un sorriso amaro e la curiosità di sapere cosa succederà da lì in avanti alla piccola Eva fino all’explicit, intenso e ricco di pathos, che racchiude in un solo fotogramma l’essenza di tutto il romanzo.
Stati Uniti, 1939. Le protagoniste sono due ragazzine, delle quali seguiremo pagina dopo pagina  la crescita ed i percorsi di vita:  per qualche anno viaggeranno su un unico binario, quello dell’infanzia,  ma la ribellione della giovinezza è dietro l’angolo e farà prendere loro direzioni completamente diverse, fino al ricongiugimento dell’età adulta, quando il significato del titolo “Beate noi” si svelerà in tutta la sua essenza. Per tutta la durata della storia continuerete a domandarvi senza sosta “Ma beate per cosa?“. Quanto meno io me lo sono chiesta praticamente ad ogni cambio di rotta che Amy Bloom…

View original post 866 altre parole

Letteratura tedesca

Profumi perduti

Shanghai-Express-Marlene-Dietrich

 

“Profumi perduti” è il secondo episodio di una saga familiare pubblicata da Charlotte Link diversi anni orsono. Acquistai compulsivamente tutti e tre i volumi perché Charlotte Link è tra le mie autrici preferite, ed ero praticamente certa che mi sarei buttata a capofitto in una storia affascinante e bellissima, a cui avrebbe fatto da sfondo quasi un secolo di storia europea. Bene! Cosa volere di più? Ed invece quella prima lettura si rivelò un mezzo fallimento: “Venti di tempesta”, a parte la perfetta trasposizione letteraria degli avvenimenti storici, presenta poco altro di interessante. In particolare la protagonista, una giovane tedesca dell’alta borghesia, mi era rimasta letteralmente indigesta. Felica Donnelly, rampolla arrogante ed egoista, mi era parsa la copia mal riuscita della più grande eroina mai esistita sulla carta: Rossella O’Hara. Questo parallelismo, sicuramente voluto dall’autrice, non ha reso giustizia alla sua protagonista, anzi, trovo che l’abbia ingiustamente penalizzata. Contesa da due uomini estremamente diversi tra loro, è anticonformista e caparbia al limite del sopportabile, ma ha in dono un grande fascino grazie al quale riesce a soggiogare una quantità di uomini imbarazzante per quei tempi. Tutti, indistintamente, sono pronti a stenderle il tappeto rosso quando noi lettori vorremmo invece solo  prenderla a schiaffi.
Ogni volta che il suo sex appeal aggancia il malcapitato di turno, la Link insiste noisamente ed inutilmente sulla descrizione dei suoi occhi grigi e freddi: talvolta sono  come l’acciaio, altre come il mare in burrasca, altre ancora come canne di fucile pronte a sparare, e chi più ne ha più ne metta. Sono il tratto distintivo delle donne della famiglia Donnelly, e come tale ce lo portiamo dietro anche in “Profumi perduti“. E, se tanto mi da tanto, anche nel terzo episodio della saga troveremo sicuramente qualche donna della famiglia che ci ammorberà con i suoi straordinari occhi.
Questo secondo episodio, che mi ero ripromessa di non leggere ma che invece dopo anni ho deciso di affrontare, non ha deluso le mie aspettative medio basse. Lo scenario storico logicamente è cambiato, gli anni sono passati e ritroviamo Felicia nel pieno della sua maturità. Ha 42 anni, è madre di due figlie grandi, Susanne e Belle, ed entrambe l’hanno resa nonna. L’attenzione ora si sposta da Felicia alle figlie, in particolare Belle sembra essere la sua copia esatta: possiede infatti lo stesso fascino ambiguo della madre, la stessa freddezza e lo stesso egoisimo e, soprattutto, gli stessi occhi grigi (aridaje) che faranno capitolare una nuova generazione di uomini. Susanne sposa un membro delle SS e pare priva di una volontà propria, ragione per cui resterà molto marginale alla storia. Ottenebrata dalla propaganda nazista del marito non si rende  pienamente conto di cosa significhi servire il Furher. Cercherà fino alla fine di dare al marito a alla Germania un figlio maschio,  invece partorirà tre femmine una dietro l’altra  e sarà vittima di un matrimonio infelice. Belle invece sposa Max, un attore berlinese, ma a pochi mesi di distanza dal matrimonio si invaghisce di Andreas, imprenditore senza scrupoli bello e dannato che diventa il suo amante.  Belle a differenza della sorella ha un carattere fiero ed indomito, e pertanto destinata a diventare la protagonista principale del romanzo:  a lei viene affidato lo scomodo ruolo di eroina ribelle e volitiva, tenace e battagliera. Non solo Belle è identica alla madre fisicamente e caratterialmente, ma la Link le costruisce via via un vissuto che è praticamente il copia incolla di quello di Felicia. Ma perché? Non si poteva trovare qualcosa di diverso per Belle, che di mestiere fa l’attrice e non l’imprenditrice? Niente da fare, tocca rivivere le stesse scene di passione amorosa, di struggimento interiore e di sentimenti dilaniati, con questi occhi grigi che ogni tre per due saltano fuori a perseguitarci. Un altro appunto che sento di dover fare mio malgrado è l’inusitata lunghezza di alcune pagine nient’affatto funzionale alla storia, utili  solo ad allungare il brodo e a dilatare oltre modo la tensione degli avvenimenti che ne fanno da sfondo. Con duecento pagine in meno avrebbe avuto un ritmo più incalzante, le melensaggini sarebbero state ridotte al minimo indispensabile ed i continui richiami alla felicità domestica di Lullin,  la splendida tenuta di famiglia  situata nella Prussia Orientale a cui Felicia e le sue figlie sono così legate, sarebbero stati decisamente più godibili e meno stucchevoli. I paesaggi della campagna prussiana sono descritti in modo impeccabile, ma la troppa insistenza fa perdere pathos ai ricordi felici  di Felicia e delle sue figlie. Lullin rappresenta la bellezza autentica, la spensieratezza, la pace e la quiete interiore a cui sempre si poteva fare ritorno, ma i tempi sono cambiati irrimediabilmente e  l’orrore della guerra travolgerà anche quell’ultimo baluardo di felicità, portandosi via la storia di una famiglia intera. Una storia che Felicia, tornata protagonista verso la fine del romanzo, proverà a ricostruire grazie al suo spirito battagliero, fiaccato dagli eventi ma ancora animato da una  fiammella di speranza.
La Link è un’autrice da dieci e lode e lo dimostra anche in questo romanzo, nonostante le evidenti falle e tutte le critiche che si possono fare. Il suo stile è sempre una garanzia,  sa creare vere e proprie magie letterarie e da vita a personaggi che, antipatia o simpatia a parte, sembrano donne e uomini in carne ed ossa, con la loro inconfondibile fisionomia, la loro accurata costruzione psicologica e il proprio vissuto. Non sono figure statiche, ma seguono una loro evoluzione e non tradiscono mai la loro natura: questo è un aspetto importante, perché è l’unico elemento che è in grado di conferire verosimiglianza ad una saga familiare e che permette al lettore di immedesimarsi in tutto e per tutto. Anche l’ambientazione è molto ben riuscita, con una  ricostruzione storica da applauso.  Senza dubbio è stato questo aspetto a farmi apprezzare un romanzo che tutto sommato non ha nulla di eccezionale, trasportata dal susseguirsi degli eventi bellici. Sono diversi i personaggi che incontriamo proseguendo con la lettura, ed ognuno di loro ha un ruolo ed un approccio differente rispetto a quello che sta accandendo: Felicia non prende mai posizioni ufficiali ma detesta Hitler e si rifiuta di eseguire il saluto nazista, nonostante il genero sia un importante membro del Reich. Segue la sua indole e fa quello che ritiene giusto, offrendo riparo agli ebrei fuggiaschi e tacendo su quello che sa. Il suo ex socio in affari si adopera per offire loro passaporti e lavoro oltre oceano, in modo che possano fuggire negli Stati Uniti, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Max, il marito di Belle, sarà costretto a partire per la campagna di Russia, assistendo con i propri occhi all’orrore dentro l’orrore, partecipe di una sconfitta di cui in Germania non si doveva parlare e che gli lascerà strascichi terribili. C’è poi Claire, una giovane e mite donna francese che, distrutta dal dolore per l’uccisione dell’unico figlio, si unirà ad un commando di partigiani e troverà la sua ragione di vita nell’eccidio del nemico. Le voci narrative si elevano molteplici durante il racconto, dando risalto ad un aspetto della guerra di cui forse si parla troppo poco: per la prima volta infatti mi è capitato di ascoltare il punto di vista del popolo oppressore, di una germania vittima anch’essa della follia di Hitler nonostante fosse la culla dell’orrore nazista. Uomini costretti ad assecondare i deliri di onnipotenza di un pazzo, dati in pasto all’inverno russo senza nessuna concreta possibilità di vincere, una Berlino che da quartier generale del terzo Reich si trasforma in un ammasso di cenere, dilaniata dalle bombe, ferita a morte nell’anima.
E’ questa  la parte migliore del romanzo, ed è quella per la quale vale la pena leggerlo, nonostante le continue digressioni  sulle primavere prussiane e sugli occhi grigi delle donne di Lullin.
“Ti sei mai sentita disperata in vita tua? Sola? Hai mai avvertito un vuoto incolmabile dentro di te,oppure ti sei mai ubriacata una notte per dimenticare quanto può far male la vita?“

 60ed8c7638b2467e39b5b7746a5ef182

 

 

www.mondadoristore.it
Profumi perduti, Charlotte Link (TEA)
shopping
The Marlen Dietrich Collection

 

 

 

 

Senza categoria

Benedizione

Castelli tra le nuvole

vento-bn3
La scrittura di Ken Haruf sta tutta nel suo titolo: un’autentica benedizione. Mi sono approcciata a questo romanzo, che è il primo libro di una triologia, con la certezza che avrei trovato tematiche importanti, ma fluidità e sobrietà nella narrazione. Qui tutto il superfluo viene abbattutto, lasciando però intatta la profondità del pensiero. I dialoghi sono ridotti al minimo, ma ogni parola viene soppesata ed incastrata in un gioco intimo e straordinario, come i più grandi scrittori sanno fare. “Il grande romanzo americano” ha un nuovo figlio, e si chiama Kent Haruf. Autore da noi praticamente sconosciuto, ha avuto uno straordinario successo grazie alla scelta preziosa ed intelligente svolta dalla casa editrice, anch’essa fuori dai circuiti dei mass market librari, ovvero la NN Editore. Apprezzo queste scoperte, apprezzo il lavoro di chi si spinge altrove per cercare quella bellezza che altrimenti rimarrebbe sconosciuta ai più.
Tenetevi alla larga…

View original post 861 altre parole

Letteratura francese, Racconti, sproloqui

L’Abate Faria – Una storia dentro la storia

o-conde-de-monte-cristo-remake1

 

Il Conte di Montecristo è stato uno dei romanzi che ho amato di più in tutta la mia vita di lettrice. Letto per la prima volta l’anno scorso, mi ha entusiasmata ed affascinata: è la storia della più grande vendetta mai concepita da un essere umano. Questo tomo di oltre 1200 pagine  è un compendio di mille altre storie, che si fondano tra loro per creare  una trama intricata ed indimenticabile. La storia la conosciamo tutti, chi non ha letto il romanzo avrà sicuramente guardato  il film o uno sceneggiato in tv, per cui non mi perderò in preamboli. Voglio entrare subito nel vivo della storia  per parlare di un personaggio straordinario, che purtroppo lascierà il romanzo subito dopo la sua apparizione. Un magnifico “B SIDE” senza il quale il Conte di Montecristo non sarebbe mai esistito: l’Abate Faria.
Pochi sanno che Dumas, per tracciare questo personaggio chiave della storia, si ispirò ad un uomo realmente vissuto e realmente rinchiuso nel carcere del Castello d’If, al largo delle    coste marsigliesi. Sono venuta a conoscenza di questo particolare diverso tempo dopo, quando per caso mi sono imbattuta  in un blog che parlava di mesmerismo. Come ci sono finita non lo so, ma Mesmer me lo ricordo dai tempi in cui leggevo Dylan Dog.
Procediamo con ordine. Come trasse ispirazione Dumas per il suo personaggio? La storia viene in suo aiuto, infatti il nostro Faria era molto noto in Francia per aver partecipato, fra le altre cose, alla rivoluzione Francese. Ma furono soprattutto i suoi studi avanguardristici a donargli una fama  notevole, seppur ambigua e costantemente criticata.
José Custódio de Faria nasce in India, nella colonia portoghese di Goa, nel 1756. A 15 anni, nel 1771, viene portato dal padre in Portogallo e qui, grazie alle conoscenze altolocate del padre,  i due ottengono l’aiuto necessario per recarsi a Roma ad  intraprendere importanti studi religiosi, fino a conseguire un dottorato in teologia.
Il suo primo scritto  come teologo impressiona notevolmente  il Papa, al punto che gli concederà l’onore di tenere un sermone nella Cappella Sistina. Sucessivamente, grazie alla fama acquisita in Italia, anche la regina Maria di Portogallo gli tributa lo stesso onore. E’ proprio durante questa orazione in patria che avviene un fatto  importante che condizionerà molto il suo futuro, iniziandolo allo studio dell’ipnosi e del cosiddetto “mesmerimo”. Arrivato sul pulpito, quando si trova la numerosa folla davanti a lui, viene preso dal panico e non riesce a proferire parola. Leggenda vuole che il padre gli sussurri all’orecchio   la frase  “Sono tutti ortaggi. Taglia questi ortaggi”. Faria riesce così a superare la paura e a parlare tranquillamente. Da quel momento in poi comincia a farsi strada in lui l’idea che  la mente umana è fortemente suggestionabile dalle parole, e come tale può essere opportunatamente pilotata. E’ proprio questo il concetto cardine su cui si baseranno i suoi studi, ma ci vorranno anni prima che Faria arrivi a mettere a punto le sue teorie sulla suggestione della mente. Prima di dedicarsi anima e corpo a questi studi Faria e suo padre, molto ben inseriti all’interno del potere di Lisbona, iniziano  a cospirare contro il dominio del Portogallo sulla colonia natìa di Goa, in India. E’ l’epoca della rivoluzione francese, e i venti della libertà cominciano a solleticare le fervide menti di tutta Europa. L’impresa però fallisce e Faria si rifugia in Francia. Durante il suo periodo francese diventa seguace di professionisti illustri che particavano l’ipnosi utilizzando i magneti, tra cui il celebre Mesmer. Faria però, dopo aver approfondito e studiato meticolosamente le idee dei “mesmeristi”, non si trova d’accordo con le loro teorie ed arriva alla conclusione che il tanto sbandierato magnetismo non è altro che un fenomeno naturale causato dalla suggestione mentale, e non dai magneti come questi scienziati sostenevano. La Chiesa condanna senza mezzi termini  il magnetismo come opera del diavolo ma Faria, nonostante abbia preso le distanze dal movimento e confutato le loro teorie, fu comunque vittima di persecuzioni di ogni tipo: fu  attaccato dalla chiesa, dall’opnione pubblica, fu vessato, ridicolizzato ed imprigionato nella Bastiglia come se fosse una specie di mago malvagio. Una volta libero  partecipa in prima linea alla rivoluzione francese, della quale condivideva gli ideali, ed in seguito lotta contro il regime del Terrore. Purtroppo nemmeno questo lo salverà dalla malevolenza dell’opinione pubblica, che continua a non accettarlo. I clima di intolleranza e di sospetto  che il Terrore aveva indotto nella popolazione colpisce definitvamente quest’uomo eclettico con la pelle scura, il forte accento e i tratti esotici: duurante la sua permanenza a Marsiglia Faria viene infatti arrestato e rinchiuso nel le prigioni del  Castello  d’If.
Vi rimarrà, in completo  isolamento, per 17  anni. La prigionia però non fiacca minimamente il suo spirito, non smette mai di approfondire i suoi studi e fu questo probabilmente a salvarlo dalla pazzia. Una volta scontata la sua pena, seppur vecchio e provato, continua  la sua attività di studioso  e mette in pratica le teorie sviluppate in anni di costanti studi e ricerche, applicando in medicina la psicanalisi. Ma Parigi non gli riconoscerà mai nessun merito,  e le vessazioni nei suoi confronti continueranno fino alla sua morte. Come avviene spesso con i grandi innovatori il suo lavoro fu debitamente riconosciuto postumo: quasi tutte le opere sulla storia dell’ipnotismo moderno lo tengono in debita considerazione, citando le sue intuizioni come importanti per lo sviluppo della moderna psicanalisi.
Fino a qui la vera storia di Faria. Fu proprio a questo punto della sua “riabilitazione”che Alexander Dumas, riconoscendo anche lui le sue straordinarie doti di ricercatore e studioso, lo inserisce come personaggio chiave nel romanzo “Il Conte di Monte Cristo” attribuendogli anche nella finzione una profonda e vasta cultura, ed una conoscenza delle cose umane che trascende il mistero.
Il protagonistga del romanzo , Edmond Dantes, sappiamo che è stato ingiustamente rinchiuso nella prigione del Castello D’If. Vittima di complotti, invidie ed arrivismo è costretto a scontare una durissima pena lunga quattordici anni.  E’ un tempo infinito quello che Edmond trascorre in isolamento, senza sapere perché e per colpa di chi è stato privato così a lungo della sua vita onesta, dimenticato dalla giustizia di Dio e degli uomini. Proprio quando ormai, stremato dalla solitudine e dalla disperazione, tenta il suicidio lasciandosi morire di fame, un barlume di speranza si riaccende in lui. Un rumore, dapprima impercettibile, poi sempre più insistente, arriva fino alla sua cella. E poi una voce, che dopo un tempo infinito rompe quel silenzio immobile. Quella dell’ Abate Faria.
Nella versione romanzata, è il  1811 quando Faria viene arrestato improvvisamente, mentre stava per imbarcarsi a Piombino, e subito condotto al Castello d’If. Così come Edmond, anche lui non  saprà mai ufficialmente il vero motivo del suo arresto: probabilmente la sua partenza precipitosa, dovuta a motivi che spiegherò più avanti, desta sospetti   nella polizia imperiale, che lo arresta senza una formale accusa. Faria  non si rassegna  a questa ingiustizia: non era nella sua natura arrendersi, ed il suo prodigioso cervello in questo gli è di grande aiuto. Decide fin da subito che avrebbe scavato un tunnel sotterraneo per tentare l’evasione. Comincia quindi a studiare la mappa del castello e a fare calcoli matematici per individuare la sua posizione  rispetto all’edificio e il luogo più proprizio alla fuga. Secondo le sue teorie il tunnel  avrebbe dovuto condurlo fuori dalla fortezza permettendogli di fuggire a nuoto verso una delle isole vicino. Purtroppo dopo molti anni di minuzioso lavoro, quando avverte la presenza di un altro prigioniero aldilà dello scavo, si rende conto di aver sbagliato completamente direzione: quelal della cella di Edmond. I due uomini, entrambi stupiti da quello straordinario imprevisto, quasi d’istinto si mettono l’uno nelle mani dell’altro e cominiciano a raccontarsi a vicenda la propria storia disgraziata. Faria racconta ad Edmond che in gioventù  fu il segretario del Conte Spada, oltre che precettore dei suoi figli e nipoti. In questo periodo egli  sente spesso parlare dell’esistenza di unimmenso tesoro di famiglia, lasciato in eredità da un antenato che fu costretto a nasconderlo per sottrarlo alle grinfie di Cesare Borgia,  con cui era in affari ma del quale non si fidava. Di questo tesoro però nessuno dei posteri trovò mai nulla, nemmeno una labile traccia. Rimase sempre nella leggenda, come uno di quei tesori delle fiabe di cui tutti hanno sentito parlare ma di cui nessuno ha mai visto un solo scellino. Ma l’instancabile lavoro di studi e ricerche  e il suo acume riescono a fare luce su quel mistero centenario. La notte in cui Faria scopre il segreto della famiglia Spada decide che sarebbe immediatamente partito  alla ricerca del tesoro. L’ultimo esponente degli Spada, l’uomo per cui lavorò una vita,  per ringraziarlo del lavoro svolto l’aveva nominato suo erede: quel tesoro dunque gli apparteneva di diritto. Come sappiamo però le cose vanno diversamente:  ad attenderlo non troverà affatto immense ricchezze e una vita nuova, ma la polizia e il carcere. Nonostante le accuse nei suoi confronti siano inesistenti non viene più liberato dalle autorità perché  creduto pazzo:  per scagionarsi non fa che ripetere in continuazione la verità sulla sua fuga, ma nessuno crede alla storia di quel fantomatico tesoro. Tutti pensano che siano solo i deliri di un vecchio malato di mente. Presto viene dimenticato in quella cella, come un inutile fagotto.
Ma torniamo al momento cruciale della storia.  Anche Edmond si confida con l’Abate, da cui apprende molte verità; stringono una sincera amicizia e si affezionano molto l’uno all’altro, decidendo di aiutarsi nella disgrazia: il loro piano infatti resta l’evasione, che cominciano a progettare insieme.
Ogni giorno Edmond, una volta passato il carceriere ad allungare cibo ed acqua, sguscia nella cella di Faria attraverso il buco nel muro creato dall’abate ed insieme a lui comincia trascorrere ore liete ed importanti. Il giovane marinaio apprende moltissimo da quell’  uomo straordinariamente colto ed inoltre, sempre grazie alla sagacità dell’Abate, riuscirà a vedere più chiaramente cosa si cela dietro il suo arresto, fino ad apprendere la sconcertante verità.Lo stupore di Edmond per l’ingegno di Faria contagia anche noi lettori, che assistiamo ai prodigi dell’uomo pagina dopo pagina. Tanto per cominciare, Faria conosce esattamente l’ora del giorno. Come è possibile, non avendo strumenti adeguati in cella?
“Bene” disse Faria, “non è che mezzogiorno e un quarto, ed abbiamo ancora qualche ora per noi.”
Dantès guardò intorno cercando a quale orologio Faria aveva potuto legger l’ora in un modo così preciso.
“Vedete questo raggio di luce che viene dalla mia finestra” disse Faria, “guardate sul muro le linee che vi ho tracciate. Grazie a queste linee, che sono combinate col doppio movimento della terra e l’ellissi che descriveintorno al sole, io so l’ora più esattamente che se avessi un orologio, poiché un orologio può guastarsi, mentre laterra e il sole non si guastano mai.”
Poco dopo, Faria mostra ad Edmond la sua importate opera filosofica, un’opera monumentale a cui l’abate si è dedicato durante gli anni di prigionia e che racchiude tutto il suo immenso sapere. Ma come ha fatto a scrivere rotoli di pergamena dal momento che nulla  viene dato ai prigionieri, né pergamena, né penna, né inchiostro?
“Vedete” disse, “tutto è qui: sono circa tre giorni che ho scritto la parola fine nella sessantottesima striscia. Due delle mie camicie e tutti i miei fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno tornassi libero e potessi trovare in Italia uno stampatore per pubblicarla la mia reputazione sarebbe fatta.”
“Sì” rispose Dantès, “lo vedo bene. Ora mostratemi, ve ne prego, le penne con cui avete scritto quest’opera.”
“Eccole…” disse Faria.
E mostrò un bastoncello lungo sei pollici, grosso quanto un manico di pennello, e attorno ad una delle estremità era legata con un filo una di quelle cartilagini, ancora macchiata d’inchiostro, di cui Faria aveva parlato a Dantès, tagliata a becco, e spaccata come una penna ordinaria. Dantès l’esaminò, cercando con lo sguardo lo strumento col quale era stata tagliata in un modo così preciso.
“Ah, sì” disse Faria, “il temperino, non è vero? É il mio capolavoro; l’ho fatto come questo coltello, col vecchio candeliere di ferro.” Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al coltello aveva il doppio vantaggio di poter servire ad un tempo, a seconda del bisogno, da coltello e da pugnale. 
“In quanto all’inchiostro” disse Faria, “sapete quale metodo impiego, lo faccio quando ne
ho bisogno.”
“Ciò di cui mi meraviglio è” disse Dantès, “che vi siano bastati i giorni per questi lavori.”
“Ma avevo le notti” rispose Faria.
“Le notti! Siete dunque della natura dei gatti e ci vedete chiaro anche la notte?”
“No, ma Iddio ha dato all’uomo l’intelligenza per venire in aiuto alla povertà dei suoi sensi: mi sono procurato della luce.”
“E come?”
“Dalla carne che ci portano separai il grasso, lo feci fondere e ne cavai una specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia bugia.” E Faria mostrò a Dantès una specie di lanterna uguale a quelle che si adoperavano nelle pubbliche illuminazioni. 
“Ma il fuoco?”
“Ecco delle pietruzze e della tela bruciata.”
“Ma gli zolfanelli?”
“Ho finto di avere una malattia cutanea, e ho domandato dello zolfo che mi è stato
accordato.”
Dantès depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e abbassò la testa, avvilito
davanti alla
perseveranza ed alla forza di quello spirito.
“Questo non è tutto” continuò Faria, “poiché non bisogna mettere tutti i tesori in un solo nascondiglio….
Così trascorrono i giorni, i mesi e gli anni al Castello d’If. Edmond, marinaio di umili origini, buono d’animo ma senza nessun tipo di istruzione, apprende tutto da Faria: la scienza, le lingue antiche e moderne , la storia, la geografia. Ormai sono legati indissolubilmente  da sentimenti profondi di fiducia, rispetto e amore, come padre e figlio. Il giorno previsto per la fuga si sta avvicinando, ma Faria ha una salute cagionevole che lo condanna a frequenti di attacchi apoplettici e questo complica molto le cose. Dopo una delle sue crisi, sente la fine avvicinarsi inersorabile. Ormai sicuro dell’onestà di Edmond e grato al giovane per le sue amorevoli cure decide di rivelargli il segreto che da anni porta con se: il luogo dove la famiglia Spada seppellì l’immensa ricchezza un secolo prima.
Faria mantiene a lungo il segreto con Edmond perché, oltre a volerlo conoscere bene, voleva fargli una sorpresa: il suo intento era quello di condurlo, una volta liberi, sull’isolotto di Montecristo, al largo della Toscana, e di condividere con lui la gioia di quel ritrovamento miracoloso. Ora però chiede ad Edmond di condurlo lì, perché le forze lo stanno abbandonando. Quando Edmond fa le sue rimostranze, affermando di non avere alcun diritto su quel tesoro, Faria lo rassicura dichiarando che lui ormai è suo figlio in tutto e per tutto: non sangue del suo sangue, ma figlio della sua prigionia.
Alla terza crisi apoplettica, Faria muore lasciando ad Edmond la mappa del tesoro ed un immenso bagaglio culturale, che sarà fondamentale per tessere le trame della sua vendetta. Anche il corpo del povero abate contribuisce alla sua  rinascita: il giovane riesce a sostitursi facilmente al cadavere dell’uomo grazie alle celle comunicanti, ed una volta gettato in mare dai carcerieri riesce a  liberarsi con il coltello dell’Abate. Finalmente, dopo quattordici anni di ingiusta prigionia,  può nuotare verso la libertà e verso la sua nuova vita: quella de Il Conte di Montecristo.